In uno degli ultimi post pubblicati sul blog di Grillo, La censura morbida di Google Italia, leggo sbigottito che Google avrebbe sabotato i risultati di ricerca per danneggiare l’indicizzazione del boun Beppe?!? uhm… la cosa poco mi convince e se proprio devo pensar male, mi verrebbe da chiedermi chi potrebbe mai essere stato quel “geniaccio” che pensava di limitare la diffusione del “grillo pensiero” facendo una richiesta del genere a Google? E il responsabile di Google che l’ha accettata???
A questo punto, per Google, gli approcci da seguire per risolvere la questione pubblicamente potrebbero essere due:
a) negano qualsiasi complotto e pubblicano un rapporto con il quale viene spiegato, a prova di analfabeta SEO, quali sono le variabili che hanno influito sulla scarsa indicizzazione del blog di Grillo. Inoltre, foniscono immediatamente dei buoni consigli per correggere gli errori e nel più breve tempo possibile, aggiornano il posizionamento.
b) fanno finta di niente per non rischiare di dare l’impressione di sentirsi coinvolti dalle accuse.
Sinceramente, fossi io, in prima linea, a dover gestire questa faccenda per conto di Google, sconsiglierei decisamente di seguire la seconda ipotesi. Grillo, se pur affetto da manie di protagonismo, ha un’influenza notevole in rete, sia a livello nazionale che internazionale. L’accusa, poi, così come è stata presentata sul blog, è credibile! Inoltre, è molto più semplice per Grillo insinuare “il dubbio” ed è così difficile per Google scrollarselo da dosso…
Adesso tocca a Google decidere quale sarà la prossima mossa. Restiamo in attesa…
Da ieri, Il ministro dell’Istruzione, titolare dell’omonima riforma sulla scuola, ha deciso di avvalersi di YouTube per confrontarsi con i giovani.
Ha quindi deciso di aprire le danze con un messaggio di 27″ nel quale, con un linguaggio informale e diretto, invita i ragazzi a partecipare al dibattito in corso.
“Ho deciso di aprire un canale su YouTube perché intendo confrontarmi con voi sulla scuola e sull’università”.
A dire il vero, tutta l’impostazione risulta molto informale, forse troppo per un ministro…
Detto questo, bisognerà pur riconoscere la buona voltà, che potrebbe però portare con sé anche qualche rischio.
Difatti, quando il ministro dichiara: “voglio accogliere idee, progetti, proposte, anche critiche”, dovrebbe stare bene attenta a quello che dice e tentare di guidare, in qualche modo, questa discussione.
Attualmente, il riscontro da parte del pubblico è stato decisamente ambivalente, ma rischia di diventare convulso, fatto di mini commenti (al momento siamo quasi a 2.000 commenti in soli 2 giorni), che si limitano a giudicare il valore dell’iniziativa in sè, senza parlare concretamente dei problemi della scuola e fare osservazioni di merito sulla riforma.
YouTube è un canale ideale per comunicare ai giovani e “discutere alla pari”, ma per farlo il ministro, o chiunque si occupi di gestire questo progetto per lei, dovrebbe assicurarsi che ci siano le pre-condizioni di base, indispensabili per ottenere dei commenti costruttivi da parte dei visitatori (ad oggi, oltre 100.000 per il video d’apertura).
Insomma, se il costo per comemnto, così come viene percepito dall’utente, è praticamente pari a zero, non bisognerà stupirsi di ricevere una miriade di comementi “umorali”, frutto di un comportamento assulotamente privo di inibizioni.
Ci vogliono regole e un sapiente esercizio di moderazione dei commenti da parte del “ministro”.
Come? Definendo con la massima trasparenza quali sono i meccanismi per l’approvazione di un commento e, soprattutto, spiegando (magari con dei veri e propri “brief”) di che cosa vogliamo discutere nello specifico. Altrimenti il risultato è quello di parlare di tutto e di niente, e qualche maligno potrebbe pernsare male:
ma questo ministro, vuole veramente cercare il confronto oppure, in realtà, preferisce limitarsi ad ottenere un pò di visibilità per un iniziativa solo di facciata.
Insomma, quando “Mariastella” si deciderà a fare sul serio…
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro. La proposta è stata già approvata dal consiglio dei ministri ma non ancora al parlamento, e stiamo sicuri che passerà, perchè dx e sx su una cosa sono d’accordo: il popolo italiano è da spennare imbavagliato.
Siamo all’85° posto nella libertà di stampa nel mondo, così passeremo all’ultimo. Ci tolgono l’ultimo mezzo libero di comunicazione.
L’altro giorno, per rispondere ad una richiesta di un cliente, mi è capitato di dover riordinare un po’ le idee riguardo agli innumerevoli modi per “monetizzare” un sito web.
Dall’ultima volta che mi ero posto il problema, devo ammettere che ne sono cambiate di cose. Oltre a scoprire nuove modalità per esporre contenuti pubblicitari di vario genere, ho notato una certa spregiudicatezza in alcune offerte…
Mentre cercavo di orientarmi tra qualche appunto e una marea di post di altrettanti “guru” in materia, ho scoperto un servizio che si chiama PayPerPost. Molti di voi lo conosceranno già, perchè non è una novità. Certo è che il loro approccio al Consumer Generated Advertising (CGA) è decisamente interessante.
In che cosa consiste? PPP ha praticamente organizzato un “borsino del CGA”, grazie al quale investitori e utenti (nella fattispecie bloggers e facebook addicted) possono rispettivamente finanziare e vendere spazi pubblicitari generati dagli stessi utenti della rete.
Come? Qui si deguito vi riporto i due tutorial che vi spiegheranno il funzionamento del “marketplace” di PPP.
L’opinione che mi sono fatto di questo servizio è decisamente contrastante.
Da una parte mi verrebbe da dire che i blogger che aderiscono all’iniziativa, in qualche modo, si svendono per pochi soldi, rischiando di danneggiare un po’ tutto il fenomeno di democraizzazione dei media.
Dall’altra, invece, ripensando a quando avevo appena iniziato a lavorare in un ufficio stampa e al mio stupore quando avevo scoperto il modo attraverso il quale sbocciano gli articoli tratti da “press releases copy and paste”, allora mi è venuto in mente che forse PPP non era così cattivo…
Diciamo che il consumatore disincantato dei giorni nostri dovrebbe avere tutti gli anticorpi necessari per digerire qualche PP (Payed Post). Inoltre PPP non segue un approccio da “persuasore occulto” nè, peggio ancora, a rischio astroturfing, che sarebbe penalmente perseguibile (almeno in UE). Al contrario per associarsi al servizio è richiesta la pubblicazione di un mini-banner che rende pubblica l’adesione del blogger.
Insomma, almeno per il momento, il sottoscritto non si è ancora affiliato al borsino dei post a pagamento, nè conta di farlo in futuro. Anche perchè con i quattro lettori che conta S.T. ci sarebbe poco da guadagnare… ovviamente, pochi ma BUONI!!! Però non si sente nenache di demonizzare quanti accetteranno di farlo.
Credo che oramai tutti conoscano la celebre campagna “Hello I’m a Mac, and I’m a PC” che imperversa negli Stati Uniti da ben tre anni.
Vi offro un paio di esempi per intenderci.
Ecco lo spot che ha aperto la campagna:
e qui un altro esempio che credo funzioni bene per introdurre il discorso:
ci sono voluti decine e decine di spot nei quali la casa di Cupertino sbeffeggiava i “PC guys” (una formula indiretta per definire gli utenti Windows) per convincere “Bill” a far qualcosa, avvalendosi dei consigli dei così detti “guru” di Crispin Porter + Bogusky.
il tentativo di rivendicare orgogliosamente la loro identità “PC” risulta decisamente deludente. Certo, qualcosa dovevano pure inventarsi, ma inseguire “Steve” sul terreno della “coolness” è stata un mossa azzardata e la Apple non si è lasciata sfuggire l’opportunità di un’arringa finale, che chiude definitamente lo scontro a favore delle “mele mozzicate”.
la contro-risposta degli strateghi Apple è decisamente efficace: rinfacciare alla Microsoft di aver speso troppi soldi in investimenti pubblicitari, per spingere il sistema operativo Vista, e non preoccuparsi di investire abbastanza per tentare di migliorarlo. Come? Ovviamente avvalendosi anche loro della tanto vituperata pubblicità.
E allora perché non inscenare un chioschetto, di quelli dove le “giovani marmotte” vendono torte, per finanziare così l’indebitamento dell’azienda di Redmond?
RISULTATO
Mac vs. PC = 2 - 0
Restiamo in attesa di vedere la contro-contro-mossa di Microsoft…