L’altro giorno, per rispondere ad una richiesta di un cliente, mi è capitato di dover riordinare un po’ le idee riguardo agli innumerevoli modi per “monetizzare” un sito web.
Dall’ultima volta che mi ero posto il problema, devo ammettere che ne sono cambiate di cose. Oltre a scoprire nuove modalità per esporre contenuti pubblicitari di vario genere, ho notato una certa spregiudicatezza in alcune offerte…
Mentre cercavo di orientarmi tra qualche appunto e una marea di post di altrettanti “guru” in materia, ho scoperto un servizio che si chiama PayPerPost. Molti di voi lo conosceranno già, perchè non è una novità. Certo è che il loro approccio al Consumer Generated Advertising (CGA) è decisamente interessante.
In che cosa consiste? PPP ha praticamente organizzato un “borsino del CGA”, grazie al quale investitori e utenti (nella fattispecie bloggers e facebook addicted) possono rispettivamente finanziare e vendere spazi pubblicitari generati dagli stessi utenti della rete.
Come? Qui si deguito vi riporto i due tutorial che vi spiegheranno il funzionamento del “marketplace” di PPP.
L’opinione che mi sono fatto di questo servizio è decisamente contrastante.
Da una parte mi verrebbe da dire che i blogger che aderiscono all’iniziativa, in qualche modo, si svendono per pochi soldi, rischiando di danneggiare un po’ tutto il fenomeno di democraizzazione dei media.
Dall’altra, invece, ripensando a quando avevo appena iniziato a lavorare in un ufficio stampa e al mio stupore quando avevo scoperto il modo attraverso il quale sbocciano gli articoli tratti da “press releases copy and paste”, allora mi è venuto in mente che forse PPP non era così cattivo…
Diciamo che il consumatore disincantato dei giorni nostri dovrebbe avere tutti gli anticorpi necessari per digerire qualche PP (Payed Post). Inoltre PPP non segue un approccio da “persuasore occulto” nè, peggio ancora, a rischio astroturfing, che sarebbe penalmente perseguibile (almeno in UE). Al contrario per associarsi al servizio è richiesta la pubblicazione di un mini-banner che rende pubblica l’adesione del blogger.
Insomma, almeno per il momento, il sottoscritto non si è ancora affiliato al borsino dei post a pagamento, nè conta di farlo in futuro. Anche perchè con i quattro lettori che conta S.T. ci sarebbe poco da guadagnare… ovviamente, pochi ma BUONI!!! Però non si sente nenache di demonizzare quanti accetteranno di farlo.
GENRE
Internet based Virtual World vs. Virtual World
OS Win vs. Win-Mac-Lin
RELEASE
May 8, 2008 vs. June 23, 2005
MEDIA
plugin browser (Explorer-Firefox) vs. Secon Life Applications Pack
INTEGRATION WITH THE INTERNET
integrated (embedded contents in/out + url) vs. Not-integrated
HANDS DOWN
very easy to use vs. easy to use
CUSTOMIZABLE
programming not allowed vs. programming allowed
INPUT
keyboard, mouse vs. keyboard, mouse, gamepad, 3Dconnexion space navigator.
COMMUNICATION AMONG AVATARS IM + body language vs. IM + body language
AVATARS LIVE PRESENCE
up to 20 in the same room vs. (in theory) class 5 sims up to 100
CURRENCY
no-currency vs. L$
“PHILOSOPHY”
“A while ago, I looked around the social web and wished that it could be less static,” explained Google engineering manager Niniane Wang
vs.
“It’s our mission to connect us all to an online world that advances the human condition”, official mission statement published on the Linden Labs’ website.
Sono rimasto incuriosito da un articolo che avevo letto su Brand Republic qualche giorno fa. Si parlava di una UGC (sta per User Generated Content) campaign organizzata dalla CNN e dal South African Tourism per promuovere il turismo in quel paese e, così, sono andato a visitare il microsite dedicato per capire di che cosa si trattasse.
A quanto pare è un progetto che durerà fino al 2010 e che sarà sostenuto da una campagna di lancio che prevede TV, print e digital (ovviamente…).
Agli utenti sarà chiesto di partecipare inviando contributi come film, fotografie e storie in genere che raccontino la loro esperienza di viaggio in quel paese.
L’iniziativa (che sarebbe dovuta essere) in pieno “stile web 2.0″ è stata realizzata in collaborazione con Brand 42, un agenzia di consulenza con base a Londra, e sarà diffusa attraverso varie piattaforme di social networking come Facebook e Flickr.
Sinceramente, visitando il sito, sono rimasto un po’ deluso e mi associo alle critiche che Neville Hobson ha rilasciato durante uno degli ultimi episodi del suo podcast.
Il microsite, che dovrebbe essere il fulcro di questa campagna e che dovrebbe consentire l’interazione con gli utenti, avvalendosi di tutti gli strumenti disponibili, manca completamente di tools di base come quelli per la Syndication, link a piattaforme esterne come YouTube, Flickr o la possibilità di commentare da parte dei visitatori. Quando si accede alla home parte in automatico un video che non è neanche possibile fermare, il tutto risulta estremamente pesante per la navigazione ed è impacchettato secondo un approccio chiuso.
Se l’iniziativa doveva seguire una “logica aperta”, che scardinasse quella “one way communication” così distante dalla filosofia dell’internauta contemporaneo, allora doveva adeguarsi anche a quelli che oramai sono considerati gli stardard di qualunque progetto degno di riferirsi al fenomeno web 2.0.