Sono rimasto incuriosito da un articolo che avevo letto su Brand Republic qualche giorno fa. Si parlava di una UGC (sta per User Generated Content) campaign organizzata dalla CNN e dal South African Tourism per promuovere il turismo in quel paese e, così, sono andato a visitare il microsite dedicato per capire di che cosa si trattasse.
A quanto pare è un progetto che durerà fino al 2010 e che sarà sostenuto da una campagna di lancio che prevede TV, print e digital (ovviamente…).
Agli utenti sarà chiesto di partecipare inviando contributi come film, fotografie e storie in genere che raccontino la loro esperienza di viaggio in quel paese.
L’iniziativa (che sarebbe dovuta essere) in pieno “stile web 2.0″ è stata realizzata in collaborazione con Brand 42, un agenzia di consulenza con base a Londra, e sarà diffusa attraverso varie piattaforme di social networking come Facebook e Flickr.
Sinceramente, visitando il sito, sono rimasto un po’ deluso e mi associo alle critiche che Neville Hobson ha rilasciato durante uno degli ultimi episodi del suo podcast.
Il microsite, che dovrebbe essere il fulcro di questa campagna e che dovrebbe consentire l’interazione con gli utenti, avvalendosi di tutti gli strumenti disponibili, manca completamente di tools di base come quelli per la Syndication, link a piattaforme esterne come YouTube, Flickr o la possibilità di commentare da parte dei visitatori. Quando si accede alla home parte in automatico un video che non è neanche possibile fermare, il tutto risulta estremamente pesante per la navigazione ed è impacchettato secondo un approccio chiuso.
Se l’iniziativa doveva seguire una “logica aperta”, che scardinasse quella “one way communication” così distante dalla filosofia dell’internauta contemporaneo, allora doveva adeguarsi anche a quelli che oramai sono considerati gli stardard di qualunque progetto degno di riferirsi al fenomeno web 2.0.
Peccato, perché l’idea era molto interessante…

Si è parlato tanto di crisi dei mainstream media, di giornalismo tradizionalmente inteso messo sotto pressione dall’inarrestabile ascesa dei così detti user generated content e dai social media. E’ stata persino coniata la definizione citizen journalism (o participatory journalism) per circoscrivere quel fenomeno per il quale i cittadini partecipano direttamente al processo di raccolta, diffusione, analisi e riporto delle informazioni.
Cosa fanno i grandi network dell’informazione?
Prendiamo in considerazione il caso CNN (Time Warner - NYSE, TWX), che in questi ultimi giorni sta facendo tanto discutere per via di alcune iniziative.
iReport

Questa settimana la CNN presenterà una nuova piattaforma denominata iReport che raccoglierà esclusivamente “user-produced news”. Il sito sarà un’evoluzione di una precedente iniziativa sempre denominata iReport, che si era già avviata nel 2006, e che ha ottenuto uno straordinario successo con oltre 100.000 foto/video inviati dagli utenti, quasi 10.000 di questi contributi “giornalistici” postati solamente durante il mese di gennaio e un buon 10% di servizi che sono andati on-air sui canali via cavo e digitali dell’emittente.
Stavolta pare che non ci sarà alcun controllo da parte della redazione e gli utenti potranno pubblicare liberamente i servizi auto-prodotti, un po’ come accade su YouTube.
Secondo Jim Walton, presidente di CNN Worldwide ” a user-gen site is the logical next step. It starts with the audience. Audiences are more and more comfortable participating in news. It’s a natural extension for us.”
“The community will decide what the news is,” ha dichiarato Susan Grant, executive vp di CNN News Services. “We are not going to discourage or encourage anything…iReport will be completely unvetted.”
Al contempo l’emittente monitorerà il sito per individuare contenuti non ammissibili e tutti i servizi dovranno essere considerati come non necessariamente in linea con le posizioni editoriali della CNN.
Senza scendere troppo nei particolari (ma se volete approfondire potete farlo qui), questa sembra essere un’iniziativa estremamente coraggiosa da parte di un colosso dell’informazione come CNN, che a quanto pare è riuscita a interpretare il cambiamento in corso senza chiudersi a riccio nei confronti dei nuovi fenomeni sociali della rete.
Il caso CNN vs. Chez Pazienza
Eppure anche la CNN, che si è dimostrata così aperta al fenomeno social media con il progetto iReport, è stata accusata recentemente di aver licenziato un dei suoi dipendenti per blogging. Com’è potuto succedere che una media company così illuminata da avviare un progetto di citizen journalism, si sia macchiata di un atto così ignobile. Oggi come oggi, tutte le grandi testate cercano di incoraggiare i propri giornalisti ad intrattenere conversazioni online attraverso blog personali, spesso anche avvalendosi di blog hosted sui siti aziendali.
In questo caso però sembra che le ragioni non siano tutte dalla parte del povero blogger incompreso. Com’è possibile leggere scorrendo alcuni post che hanno seguito la vicenda (es. Digital Perspective di Burson-Marsteller), l’ex-dipendente di CNN aveva esternato pubblicamente, attraverso i suoi blog, opinioni personali su temi di attualità politica senza curarsi di moderare minimamente i toni o prendere le distanze dalla società per la quale lavorava con un disclaimer pubblico. La giustificazione del licenziamento stava proprio nel fatto che i lettori del suo blog avrebbero potuto pensare che anche l’attività che Chez svolgeva per la CNN sarebbe stata di certo influenzata da posizioni politiche così radicali.
A questo punto è difficile schierarsi da una parte o dall’altra. Chez si meritava proprio di essere licenziato?
Non spetta sicuramente a noi giudicare, ma certamente possiamo osservare che un’organizzazione come la CNN non può assolutamente permettersi di non avere chiare policy interne relativamente all’uso dei blog da parte dei propri dipendenti. Per grandi e piccole organizzazioni, di qualunque natura siano, è fondamentale informare i propri dipendenti e partner, in modo esplicito e inequivocabiole, riguardo le opportunità, i rischi e le eventuali sanzioni per chi si confronta con la blogsfera.
In conclusione…
Stratta di due vicende che credo descrivano bene lo scenario assai complicato con il quale aziende come la CNN si devono confrontare quotidianamente, prendendo decisioni rischiose, che potrebbero ledere la loro immagine, e facendo scelte coraggiose che potrebbero di contro esaltarla.