
Barack Obama non è nato negli Stati uniti d’America e, pertanto, non può diventare Presidente, dato che non è cittadino americano!
Mi spiace, ma non è credibile. Come avrebbe fatto allora ad evitare che si venisse a sapere fino adesso. Insomma, è persino riuscito a diventare il candidato democratico dopo oltre 16 mesi di estenuanti primarie!
Pensate un po’ che cosa potrebbe succedere se, nei prossimi mesi, proprio nel bel mezzo della campagna elettorale, venisse fuori che Barack Obama, candidato vincente alle primarie del Partito Democratico, non fosse cittadino americano, non essendo nato negli Stati Uniti d’America, e non potesse quindi candidarsi alla presidenza per non andare contro ai dettami costituzionali.
Sarebbe uno scenario apocalittico, inverosimile visto che nessuno dei sui rivali, anche il più acerrimo, si è mai abbassato a tanto, insinuando che poiché Obama è nato alle isole Hawaii, per questo non si poteva candidare.
Eppure, certe voci corrono in rete e milioni di elettori non aspettano altro che scuse come questa per alimentare “l’odio elettorale” e mandare a casa il nemico Osama, ops! volevo dire Obama…
“Americani medi”, scarsamente interessati alla politica, che non hanno alcuna voglia di essere rappresentati da un afroamericano, si sentono in dovere, magari per senso patriottico, di fare tutto il possibile per sgominare l’invasione “zulù”.
La persuasione di massa, specialmente quando in gioco c’è la poltrona più ambita del pianeta, è capace di questi trucchetti e di molto altro ancora, e così nell’era di Internet, ecco comparire una miriade di siti web dove è possibile trovarne di tutti i colori, contro Obama e chiunque si schieri dalla sua parte.
Pochi giorni fa è stato pubblicato un nuovo studio dal Pew Internet & American Life Project, secondo il quale oltre metà degli americani seguono “la politica” online. Il 35% degli intervistati ha dichiarato di aver visto video politici utilizzando piattaforme come YouTube (una percentuale 3 volte superiore rispetto a quella di 4 anni fa). Per non parlare del fund raising, che sembra trovare su Internet il suo canale preferenziale, dato che aumenta la fiducia degli americani per le transazioni online. A questo riguardo “Obama docet” collezionando decine di milioni di dollari di finanziamento per la sua campagna attraverso micro-donazioni effettuate tramite Internet.
Così mentre c’è chi imperversa, insinuando legami inesistenti tra Barack e il terrorismo jihadista, gli Obama Boys si inventano un microsite per combattere le menzogne elettorali: Fights The Smears.
La battaglia che si sta giocando, è quella della reputazione online. E Fight The Smears è sicuramente un eccellente strumento per le attività di ORM (Online Reputation Management) del candidato democratico.

Will Coghlan e Rob Millis ne parlano in uno degli ultimi episodi di Political Lunch, raccomandando agli elettori che si informano via Internet che, anche se ci piace tanto la comunicazione dal basso, è sempre bene controllare le fonti, fare ogni tanto una capatina su qualche “mainstream medium” e in generale diffidare degli sconosciuti…
Qui trovate lo speciale.
Continuando a parlare di politica online, molti di voi ricorderanno l’iniziativa di Michael Arrington, che aveva intervistato i candidati alle primarie (sia Dem che Rep), per eleggere il “tech president”.

Sfruttando la straordinaria popolarità del suo blog TechCrunch Arrington è riuscito ad inserire “i temi della rete” (come ad esempio la campagna per la Network Neutrality) nell’agenda politica dei candidati e a generare consenso nei confronti di (guardacaso) Obama e Mccain, che avevano risposto con maggiore solerzia all’appello della Silicon Valley, meritandosi quindi un Endorsement ufficiale da parte dei lettori di TechCrunch.
Anche questo mi sembra un eccezionale esempio di come si possa generare ed indirizzare il consenso dei potenti e degli utenti online, attraverso un sapiente utilizzo della rete.
Insomma, sembra sempre più verosimile e vicino un futuro dominato dai canali digitali che giocheranno un ruolo da protagonisti nella comunicazione politica.

Ieri pomeriggio ho avuto il piacere di assistere ad un dibattito d’eccezione: Creative Commons…the future of web 3.0 - Communities and Sharing economy.
Promotrice dell’iniziativa, l’agenzia di Public Affairs Reti, che ha ospitato l’evento sulla splendida terrazza di Palazzo Grazioli. Tra i protagonisti di un dibattito, che voleva comunque essere aperto al pubblico: Pierluigi Dal Pino (Direttore Rapporti Istituzionali Sud Europa Microsoft), Donatella Della Ratta (Special Assistant to the Ceo Creative Commons), Massimo Micucci (Presidente Reti SpA), Marco Pancini (Responsabile Relazioni Istituzionali Google) e, in veste di coordinatore, Raffaele Barberio, (Direttore di Key4biz).
Dal titolo si può facilmente intuire quali sarebbero dovuti essere i temi dell’incontro, e quindi: lo “strumento” (o “modello” come suggeriva nel suo intervento Pierluigi Dal Pino) creative commons e, più in generale, le implicazioni che, dai principi ispiratori di questo movimento, possono derivare per lo sviluppo di un economia basata su una condivisione più “democratica” della conoscenza.
Si trattava quindi di argomenti particolarmente complessi, per i quali le due ore previste per il dibattito risultavano decisamente scarsine. Specialmente se, come era naturale accadesse, si sono inseriti nella conversazione aperta al pubblico anche atri temi direttamente legati al progetto CC, come quelli relativi all’iniziativa The Internet Bill of Rights per esempio. E se ne sarebbero potuti inserire tanti altri, come il dibattito sulla proprietà dei dati personali online, discusso all’interno del progetto Data Portability o ancora, per citarne un altro, quello relativo alla campagna Net Neutrality.
Insomma, credo di non essere il solo ad auspicare un generoso “bis” da parte di Reti, che come network aperto alla condivisione di interessi e relazioni, sembra voler sposare questi temi, dei quali, purtroppo, si parla ancora poco in Italia. Pertanto, se le lobby fanno parte di quel complesso processo decisionale volto alla condivisione di responsabilità, perché non far seguire a questo primo incontro un workshop, un barcamp o qualcosa del genere, per fare in modo che il/i dibattito/i si apra/no ad un audience più ampia? Chissà…
Nel frattempo, concludo facendo notare a chi, come me, si interessa dell’agguerritissimo scontro in corso tra titani del web (vedi su tutti Google, Microsoft, Apple, Yahoo!, ecc.), che ieri Marco Pancini, citando il celebre libro di Jonathan Zittrain, The Furure of the Internet, non si è lasciato sfuggire l’occasione di tirare una sottile stoccata alla rivale Apple, che recentemente ha confermato il suo approccio “chiuso” e “proprietario” all’innovazione online con le release di me.com, iPhone, l’imminente aggiornamento di iTunes, ecc.
Ancora una cosa, semmai si dovessero ripresentare nuove occasioni di confronto sul tema, cerchiamo di evitare una certa rincorsa al “CC-washing” (da “green-washing”, non so se mi spiego…), che potrebbe stonare rispetto alla genuinità dell’atmosfera che si respirava ieri in platea…
Concludo, questa volta sul serio, rinnovando i miei complimenti a Reti per la bella iniziativa. Grazie ancora per l’ospitalità!
Di ritorno dal teatro Ambra Jovinelli, dove si è appena conclusa la presentazione di Current TV, il canale televisivo VC2 (Viewer Created Content) voluto da Al Gore e Joel Hyatt e trasmesso sia via web che su satellite, mi accingo a postare le mie impressioni di un evento che credo/spero possa segnare una svolta per il mercato dell’informazione nostrano.
La sala era piena e l’atmosfera effervescente. Credo anche di aver riconosciuto qualche blogger in platea e ammetto che mi ha fatto un po’ impressione incontrare facce reali provenienti dal mondo virtuale della rete… Niente di troppo impressionante ovviamente, ma è stato un po’ come provare la sensazione di quando incontri per strada un vip del tubo catodico e rimani scioccato perché ti vengono in mente cose del tipo: “ma è proprio uguale a come appare in televisione”, “certo che è irriconoscibile quello”, “me lo immaginavo diverso però…”, ecc..
Insomma, l’organizzazione ha funzionato bene, anche se forse qualche domanda è stata un po’ ripetitiva e la traduzione in differita era un po’ noiosa (comunque nulla da rimproverare all’interprete che ha svolto un eccellente lavoro).
A proposito, di domande, come spesso accade in questo genere di occasioni (la rete è un’altra cosa…), ce ne sono state, anche di molto azzeccate, ma non tutti hanno avuto modo di esprimersi e neanche io sono riuscito a formulare il mio quesito ad Al. Dimenticavo, per chi non lo sapesse, all’evento è stato presente Al Gore in persona!!! Si, proprio lui, ex vice presidente degli Stati Uniti e vincitore del Premio Nobel per la Pace, assieme a Marc Goldman, direttore operazioni Current tv, Tommaso Tessarolo, direttore Current Italia e Marco Montemagno, blogger e conduttore televisivo. Dicevamo… Ah sì, ecco, sfortunatamente anche io non sono riuscito a esporre la mia domanda e colgo l’occasione di questo post per chiedere ad Al (se ci segue, ma ne dubito fortemente…) e a tutti i lettori di S.T. cosa ne pensate:
La mia domanda su Current TV
Da quando uso Internet, prima come navigatore e poi come blogger e produttore di contenuti digitali, mi sono subito reso conto che la rete era accogliente come una grande casa dove fruitori e produttori di contenuti erano ben accetti senza distinzioni di sorta. Proverò a spiegarmi meglio. Internet sembrava ai miei occhi un po’ come un loft, un open space dove le informazioni circolavano liberamente, a tutto vantaggio di una reale democratizzazione della società globalizzata.
Con il tempo mi sono però reso conto che il web non era così “open” come poteva apparire. L’Internet che conoscevo io, sta diventando sempre di più una “Intranet”, nel senso che in giro per il mondo sono presenti non una, ma tante Internet, almeno una per ogni interesse governativo/aziendale che deve essere tutelato.
Cintiamo per esempio il conclamato caso cinese dei siti oscurati per volere del governo, il quale non sembra ancora aver riconosciuto al suo popolo alcuni diritti fondamentali come quello di informazione e di libera espressione… Ci sono poi alcune imprese che negli Stati Uniti (ma non solo…) stanno spingendo perché si passi da un controllo indipendente della rete, ad uno “privatizzato”, a discapito di quanti, non potendosi permettere di pagare abbastanza per un accesso di qualità ai propri siti web, sarebbero costretti a veder pian piano svanire i loro visitatori.
Da qualche tempo a questa parte però, è sorto un movimento che si pone come obiettivo quello di preservare l’indipendenza della rete. La campagna che stanno promuovendo si chiama Net Neutrality e, almeno fino ad oggi, i così detti mainstream media non si sono interessati della questione, lasciando nell’oscurità un tema di fondamentale importanza per il futuro di Internet, mettendo a rischio la democrazia nel mondo e, non ultimo, il successo del progetto Current TV.
Allora, caro Al, come credi che Current TV debba porsi nei confronti di questi temi e quanto la questione sollevata dalla campagna Net Neutrality dovrebbe essere trattata da voi/noi attraverso questo nuovo canale di comunicazione di massa?
Effettivamente la domanda era un po’ lunga, ma credo che l’occasione si prestasse per affrontare anche questi temi. Spero comunque che qualcuno si faccia sentire per esprimere la sua opinione, magari in una delle tante conversazioni che si intratterranno nei prossimi gg per commentare la giornata inaugurale di Current TV
Nella speranza di sentire altre voci, ho postato il mio quesito anche qui e qui. Restiamo in attesa per vedere che cosa succede…